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180 E NON LI DIMOSTRA. La Legge 180, Basaglia e i Manicomi

Nel settembre del 1976, giovane studente di Psicologia a Roma, mi recai ad Arezzo per partecipare al Primo Congresso di Psichiatria Democratica (nata 3 anni prima) che si svolgeva negli spazi dell’Ospedale Psichiatrico cittadino (vedi https://www.dsfuci.unisi.it/it/biblioteche/archivio-storico-dellospedale-neuropsichiatrico-di-arezzo ). Probabilmente capii poco di ciò che si stava muovendo in quel contesto, ma feci la diretta conoscenza non solo di Franco Basaglia, ma anche di numerosi altri psichiatri (ed operatori sociali meno noti), entrai a visitare “il manicomio” di Arezzo, e ebbi l’occasione di confrontare la mia esperienza che stavo nel frattempo maturando presso l’Ospedale Psichiatrico di Roma, il Santa Maria della Pietà, proprio in quei mesi (vedi http://www.museodellamente.it/it/ ).

Conoscendo alcuni psichiatri e psicoanalisti del tempo – e seguendo l’opera di molti altri operatori della salute mentale conosciuti attraverso libri e riviste (come il meraviglioso Gian Franco Minguzzi de “La ricerca irrilevante”, pubblicato sul primo numero del Giornale Italiano di Psicologia nel 1974, un “manifesto” sulla completa inutilità di tante ricerche “accademiche”) ero immerso nello spirito del tempo, e seguivo il dibattito sulla malattia mentale: esisteva? Era solo il prodotto di dinamiche sociali? C’erano davvero i “matti”?

La prima volta che sono entrato in un manicomio – a quel tempo si chiamavano proprio così – è stato all’inizio degli Anni Settanta e il manicomio era il Santa Maria della Pietà, di Roma. Una città. Una città nella città, composta da tanti quartieri (i padiglioni) e con una vita sua propria. Nel 1972 l’ospedale psichiatrico era stato appena riorganizzato in due grandi unità che gestivano ciascuna 600 posti letto (come disposto dalla Legge 431). Conobbi i due competenti direttori, Ferdinando Pariante e Antonino Iaria. E nell’unità gestita dal Professor Pariante iniziai a svolgere la mia esperienza con “i matti”. Come ho ricordato di recente scrivendo la recensione al libro di Pier Maria Furlan, Sbatti il matto in prima pagina ad una mia domanda sul perché una giovane donna apparentemente “normale” si trovasse da un numero imprecisato di anni internata in manicomio, la risposta fu: “E’ semplice, lei è nata qui…”, e chi mi rispondeva sembrava ritenere che tutto ciò fosse “normale”. In quel tempo non ho visto solo “internati per nascita”, ma anche i letti di contenzione, le camicie di forza, i malati abbandonati per terra, l’ottundimento mentale derivante dai farmaci, e operatori della salute mentale bravi e meno bravi. Tra questi ultimi, infermieri psichiatrici abbrutiti e psichiatri che venivano in ospedale per fare i loro affari o godersi il sole della primavera.

Molto, forse tutto, è stato scritto sulla Legge Basaglia, anche in questo anniversario. Come si sa, la situazione italiana, anche in questo caso, è a macchia di leopardo. Poche zone di eccellenza, molte aree di disastro totale.

Sarebbe tutto comprensibile se ci fosse uno zero in meno… Se, invece di 40 anni dalla Legge Basaglia, ne fossero trascorsi 4. Allora si, potrebbe essere giustificabile “il ritardo”, la confusione e l’approssimazione nell’applicazione della legge…

Dal manicomio tradizionale si è passati al manicomio chimico, la gabbia di vetro costituita dagli psicofarmaci ad alto impatto. Io non sono psichiatra e non opera nelle strutture ma in libera professione. Quindi non vedo “i matti”, ma vedo i loro familiari. Angosciati, impauriti, alla ricerca di risposte che non trovano e, soprattutto, di strutture socio-sanitarie che non esistono o che, se esistono, sono irraggiungibili. A loro posso dare qualche conforto e qualche suggerimento, ma certo il problema di base non si risolve.

Il rischio è che ad impazzire sia la famiglia.

E la famiglia, o chi comunque si prende cura del soggetto sofferente, deve essere supportata. Altrimenti l’esito è il ribaltamento del problema: i “matti” non sono più reclusi nei manicomi, e sono dati – per così dire – “in gestione” ai propri familiari. Che non sono esperti, non sanno cosa fare, devono in qualche modo controllarli, ma anche aiutarli, finendo con il diventare loro stessi “malati” e incarcerati in una gabbia invisibile e apparentemente non esistente.

Fino al rischio delle degenerazioni e dei cosiddetti drammi della follia.

E il problema esiste anche in casi meno pesanti.

Anche per adolescenti o giovani uomini e donne che diventano improvvisamente, o progressivamente, un pericolo per i propri familiari. Rubano, sono violenti, imprevedibili, diventano autolesionisti, dipendenti, tossici, tentano il suicidio, reagiscono con impeti incontenibili, e alla fine terrorizzano i propri cari.

Le famiglie e gli amici di tutti questi “soggetti difficili” hanno bisogno di un supporto psicologico, di non chiudersi nel problema e di parlare con una persona esperta, confrontandosi, cercando di limitare i danni per sé e per gli altri, tentando di gestire il gestibile.

Soprattutto se le “situazioni difficili” sono prese per tempo si può fare qualcosa o molto (dipende dai casi) anche da remoto, agendo con e per tramite dei familiari sulla situazione intera e sul membro della famiglia che causa il disagio.

 

 

Tornando alla situazione di quelli che furono gli ospedali psichiatrici e neuropsichiatrici, ecco due delle recensioni che ho scritto (pubblicate sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane - http://www.psicoterapiaescienzeumane.it ) su libri che trattano del “manicomio”:

  • Sebastiano Catalano, Le stanze ferite. Dalla Real Casa dei Matti al Manicomio di Palermo. Palermo: Offset Studio, 2008, pp. 338 (numero 1, anno 2011, Volume XLV, p. 123).
  • Pier Maria Furlan, Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia. Roma: Donzelli, 2016, pp. XI+434. (numero 4, anno 2016, Volume L, p. 789).

 

Sul Santa Maria della Pietà esiste questa importante pubblicazione in 3 grandi volumi:

  • A cura di: Provincia di Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ASL Roma E, Centro Studi e Ricerche S. Maria della Pietà, L’Ospedale S. Maria della Pietà di Roma. Volume I: Annalia Bonella, Nicola Pastina & Roberta Sibbio (a cura di), L’archivio storico (secc. XVI-XX). Presentazioni di Silvano Moffa, Franco Condò, Salvatore Italia e Antonino Iaria (pp. 612). Volume II: Franca Fedeli Bernardini, Antonino Iaria & Alessandra Bonfigli (a cura di), L’ospedale dei pazzi dai papi al ‘900. Lineamenti di assistenza e cura a poveri e dementi. Presentazione di Antonino Iaria (pp. 440). Volume III: Antonino Iaria, Tommaso Lo Savio & Pompeo Martelli (a cura di), L’Ospedale psichiatrico di Roma. Dal Manicomio provinciale alla chiusura. Presentazione di Antonino Iaria (pp. 330). Bari: Dedalo, 2003.

Su Franco Basaglia, v. (tra l’altro) il video: http://www.raistoria.rai.it/articoli/eco-della-storia-franco-basaglia-e-la-legge-180/29829/default.aspx