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Bringing Your Heart to Work: A Seven-Step Journey to Mental Health and Wellbeing

Titolo: 

Bringing Your Heart to Work: A Seven-Step Journey to Mental Health and Wellbeing

Autori: 
Hazel Hyslop
Casa editrice: 
Karnac, 2025, Pp. XIX+192, £ 17.99 (Paperback)

Bringing Your Heart to Work di Hazel Hyslop esce nella serie Psychotherapy Matters dell’editore Karnac, in associazione con UKCP – UK Council for Psychotherapy. Una serie che ha visto la pubblicazione di altri importanti lavori come Dependency and Denial: The Stories That Divide Us, di Joseph Pawson (2026), e Sexual Diversity: Being Human through Understanding and Acceptance, a firma di Silva Neves (2025).

Il libro di Hazel Hyslop, executive coach, psicoterapeuta sistemica, tutor e supervisore, con una formazione nel campo della salute mentale, psicologia e coaching, si colloca in un panorama assai vasto e ricco di testimonianze assai differenziate. A cavallo tra l’autobiografia, il resoconto di esperienze professionali, il metodo e la tensione nel dare un supporto concreto ai professionisti e alle persone in difficoltà, il testo sintetizza nel titolo il suo scopo: essere, o diventare, umani, nel luogo di lavoro.

Un obiettivo del lavoro è quello di tenere insieme lo sviluppo delle capacità e potenzialità individuali con la trasformazione delle organizzazioni intesa sia nel senso della cultura organizzativa, sia in quello delle procedure e delle condizioni di lavoro. Ed è proprio in tale contesto che si situa la necessità di fare affidamento su talune qualità umane di alto livello, la prima di tutte mi sembra sia l’autenticità (vedi anche l’indicazione relativa alla Authentic Leadership emersa negli ultimi anni).

I capitoli del libro segnano, uno dopo l’altro, i sette passi che sono proposti dall’autrice per vivere il lavoro nel modo più completo e intenso possibile. Sette passi che derivano dall’esperienza personale di Hazel Hyslop, integrata con la sua esperienza professionale e con molte storie di vita di persone che ha professionalmente conosciuto.

Credo che sia importante che l’autrice abbia coniugato, nella sua vita, sia l’esperienza nei servizi di salute mentale, sia la pratica del coaching e della consulenza alle imprese. Con questa ottica diversi fenomeni – come il burnout, il distress, il perfezionismo, per citarne solo alcuni – assumono una luce e una forma diverse dal solito, cioè diverse da come tanta letteratura piatta e ripetitiva tende a rappresentare queste complesse dimensioni psicologiche e psicosociali.

Il limite di questo libro di Hazel Hyslop mi sembra collocarsi nell’eccesso di autobiografia, nel continuo raccontare esperienze personal-professionali e molto sintetici flash di casi, cioè di clienti, con i quali ha interagito. Ciò comporta una troppo ridotta esplorazione della letteratura esistente sul tema e il trascurare ciò che realmente hanno detto e scritto coloro che, in USA, hanno creato e sviluppato la Third Force, quindi la psicologia umanistica (una corrente di cui si colgono i riflessi continuamente).

Al di là di ciò, l’autrice pone al centro la ricerca e la difesa, direi, della propria autentica identità. Una identità – quella di chi lavora – che non può vivere separata dall’ambiente e dal commitment: “il coinvolgimento può manifestarsi in modi diversi per ciascuno. Può comportare il timore dell’intimità, del fallimento o del rifiuto… se il risultato è collegato con i vostri valori, non ci sarà la tendenza a rinunciare. Sarà vostra responsabilità e dovere andare avanti… c’è bisogno di disciplina per rimanere nel coinvolgimento. La mancanza di disciplina può far perdere i confini, cosa che inviterà altri ad invadere il vostro spazio, portandovi a disconnettervi con il vostro vero scopo” (p. 168).

È quindi proposta un’idea alta del lavoro – il lavoro come espressione ed estensione del proprio vero sé – riconoscendo le proprie vulnerabilità e rinunciando a rimanere abbagliati ed ipnotizzati dal mito del successo ad ogni costo. “Una delle ragioni per le quali potete sentirvi persi o confusi circa il vostro percorso può risiedere nella pressione che avete messo su voi stessi per raggiungere il successo” (p. 51).

Del resto, se è proposto di portare con sé il proprio cuore nel lavoro, è evidente che entrano dimensioni come fragilità e sentimenti di inadeguatezza: elementi che possono essere gestiti attraverso, ad esempio, l’intelligenza emotiva e il contatto con i propri valori e le proprie motivazioni: il proprio essere – direi.

L’attenzione al benessere psicologico si coniuga con i segnali di allarme (che avrebbero potuto essere più espliciti e forti) verso gli impatti sistemici negativi che stili di leadership e di engagement inadeguati possono comportare. Ed ecco ricomparire il concetto di autenticità e, con esso, le domande centrali sul proprio essere e sul proprio modo di vivere il lavoro. Ma sappiamo bene che essere autentici nel lavoro non è cosa facile e che in taluni ambienti diviene veramente un plus – e non certo un qualcosa di scontato o di facilmente praticabile. Nonostante le difficoltà che si potranno incontrare nel mettere in pratica almeno alcune delle indicazioni, Bringing Your Heart to Work rimane un testo orientato alla speranza, al futuro, alla creazione di un mondo di lavoro che unisca competenza, empatia e responsabilità.

 

Andrea Castiello d’Antonio

 

Questa recensione è stata pubblicata nel sito PANORAMA HR - Isper