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KLEINES PRAXISHANDBUCH COACHING
Il titolo di questo lavoro a firma di Harald Pühl e Katrin Thorun-Brennan – Piccolo manuale pratico sul coaching – non rende pienamente il senso dell’opera che, al contrario delle attese innescate appunto dal titolo limitativo, si sviluppa in una dimensione di grande interesse sorretta da uno stile che è al contempo semplice, lineare e sintetico.
Il testo è sostenuto da una bibliografia non ampia ma specifica e selezionata, e al di là di voler dare al lettore uno sguardo complessivo sulle molteplici facce del coaching, indica gli elementi essenziali di questa pratica professionale, a mio avviso da sempre (cioè fin da quando si è andata delineando) necessariamente basata su una miscela feconda di professionalità e scientificità: lo Scientist–Practitioner Model (detto anche Boulder Model), ideato a valle del secondo conflitto mondiale in ambito clinico e come supporto alla formazione, e sviluppato in specie dal noto psicologo statunitense David Shakow (1901–1981). Un modello che è poi traslato in altri ambiti della psicologia delineando la figura dello psicologo scientist practitioner, soprattutto nella sua dimensione consulenziale e/o libero professionale.
Tornando al testo di Harald Pühl e Katrin Thorun-Brennan – di cui si apprezza la struttura e la suddivisione in capitoli che possono essere consultati in modo verticale con una lettura rapida e trasversale – sarebbe superficiale dire che esso sia rivolto ai principianti perché pure i più esperti professionisti possono trovare utile tornare, di quando in quando, ai basic delle loro discipline.
Infatti, in queste pagine sono tratteggiate (torniamo al criterio della scrittura concisa) non solo le tecniche, ma anche gli approcci, i modi di vedere e di riflettere sulla pratica, le derivazioni di genere teorico o, comunque, più ampio che sono utili non solo al coach-psicologo, ma anche a coloro che svolgono attività di sviluppo del capitale umano, non appartenendo all’area Psy. Da questo punto di vista le pagine di Kleines Praxishandbuch Coaching mi hanno fatto tornare in mente quelle di Coaching für Manager di Wolfgang Looss, un libro del 1991 che l’editore Franco Angeli ebbe la lungimiranza di tradurre in italiano poco dopo la sua uscita in tedesco. In entrambi i casi, le idee esposte aprono al lettore un panorama che va oltre il coaching, certamente oltre la sua semplice e troppe volte semplicistica pratica, costituendo un punto di riferimento per chiunque sia interessato a sviluppare conoscenze e competenze al fine di supportare lo sviluppo umano e professionale di coloro che svolgono attività professionali in organizzazioni complesse.
Il testo, dunque, si apre con una Introduzione e fin dalle prime parole si comprende che gli autori desiderano trasmettere la propria esperienza professionale (unendo cuore e mente, come recita il primo capitolo), tratteggiando subito l’aspetto essenziale di qualunque relazione di aiuto (vedi i lavori di Edgar Schein), cioè la relazione tra professionista e cliente. Questa dialettica tra ciò che si fa e ciò che si sente nel proprio animo – vedi i paragrafi Navigare intuitivamente e Il silenzio e la quiete come risorsa – si concretizza nelle numerosissime vignette, cioè nei casi di studio che forniscono al lettore l’aspetto applicativo di ciò che si illustra. Si parla, così, delle tecniche di ascolto e di domanda, della definizione dei piani di azione in vista del miglioramento di specifici aspetti di sé e sulla base degli scopi che si devono raggiungere, integrati da indicazioni volte a aiutare il soggetto a riflettere su sé stesso. Senza trascurare che “il coaching nei contesti di lavoro è definito, tra l’altro, dal cosiddetto contratto triangolare” (p. 39), quindi dall’attenzione nel relazionarsi con il cliente e con il committente.
Passo dopo passo si giunge al capitolo sulle fasi del processo di coaching e alle considerazioni sulle nuove realtà di lavoro, a cui segue la domanda: cosa significa tutto ciò per chi svolge il ruolo di coach?
Alle tecniche e alle strategie di intervento, come si è detto, sono affidate diverse pagine, sempre accompagnate da riflessioni sul senso che l’applicazione di una tecnica può avere sia per il coach, sia per il coachee: in fondo, si tratta di sviluppare consapevolezza (un tema centrale, a mio avviso, dell’autentico coaching psicologico!). Un processo che è bene che prosegua in parallelo nel professionista e nel cliente: altrimenti si aprono i rischi, i dilemmi, gli impasse, il girare a vuoto…
Un processo che deve essere supportato da conoscenze specifiche e, infatti, gli autori richiamano alcune teorie, soprattutto la psicologia umanistica e il modello dell’intelligenza emotiva, cercando anche di contribuire all’annosa questione di se, come e quanto il coaching (psicologico-organizzativo, aggiungerei) si differenzi dalla psicoterapia.
Il libro si centra giustamente sul coaching individuale, tralasciando le dimensioni del team coaching e del group coaching – argomento a cui Harald Pühl (insieme a Klaus Obermeyer) ha dedicato un testo specifico – ma un’indicazione importante sta nell’avvertire il coach che deve rimanere aperto a suggerire al suo cliente altre e diverse strade, nel momento in cui si rendesse conto che il coaching individuale non riesce ad aiutarlo oltre un limite.
Pühl e Thorun-Brennan insistono sulle competenze del coach, ad esempio, nel mantenere ciò che si potrebbe definire il giusto equilibrio tra l’essere neutrali e la necessità di fornire consiglio, supporto, indicazione, fiducia e quant’altro – ma ciò (aggiungo) varia molto in relazione alle impostazioni teoriche del coach.
Rimangono certamente centrali capacità come l’empatia e l’atteggiamento non giudicante (curiosamente, due capacità di base per la totalità delle impostazioni di psicoterapia!). E nell’ultimo capitolo, Intervision und Netzwerk dedicato alla intervisione, gli autori auspicano che il coach porti avanti un lavoro di rete e di super/intervisione, in modo tale da potersi sempre confrontare con i colleghi soprattutto nei passaggi più complessi del percorso.
Infine, una parola sugli autori, entrambi di Berlino. Harald Pühl, direttore dell’Istituto Triangel ed esperto coach, ha pubblicato numerosi testi e insegna in diverse università tedesche e austriache, negli ambiti della supervisione, consulenza organizzativa e mediazione, tra Berlino e Amburgo.
Katrin Thorun-Brennan, psicologa freelance, è impegnata presso il Triangel Institute di Berlino e Amburgo occupandosi di formazione, supervisione e coaching.
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata numero 114 - gennaio 2025, della rivista online “Qi – Questioni e Idee in Psicologia”