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L’ALCOVA DELLE SPIE
Questo libro – molto ben scritto e piacevole da leggere, estremamente ben documentato e denso di informazioni e rimandi – rappresenta una lettura che indirettamente può insegnare molto a chi si occupa di risorse umane nelle organizzazioni pubbliche e private. Insegnare elementi in una luce di contrasto, bianco-nero, nel senso di elementi bianchi, cioè applicabili e su cui poter ragionare, ed elementi, per così dire, neri, cioè rischi e pericoli insiti nei sistemi di gestione delle menti che possono giungere molto lontano e stravolgere qualunque sistema organizzativo democratico.
Molti aspetti appaiono, dunque, intriganti ma anche inquietanti se collocati nel panorama di oggi e di come le strutture organizzative si muovono al fine di gestire il proprio personale e di mantenere o sviluppare il cosiddetto consenso.
L’obiettivo specifico del volume – che va inquadrato nel contesto storico dell’epoca, cosa che l’autore fa molto bene – ruota sul tema della ricerca delle informazioni e risponde alla domanda sul come poter estrarre informazioni significative da soggetti che – per ruolo, autorità e carica istituzionale – non sarebbero disposte mai a verbalizzare, in nessun ambiente e ad alcuna persona.
La risposta si snoda attraverso diversi passaggi il primo dei quali è, naturalmente, l’idea di base e la individuazione della persona, in questo caso dell’ufficiale, a cui delegare la responsabilità di organizzare ed edificare il sistema. Da questo momento in avanti si succedono una serie di avvenimenti di grande rilevanza storica, culturale, politica e militare che fanno da sfondo ai primi passi attraverso i quali – superate alcune vicende complicate – è individuato il luogo, la struttura e la persona che potranno ospitare l’ambiente adeguato nel quale attrarre i soggetti-target.
Ecco delinearsi l’utilizzo del Salon Kitty (a cui è stato anche dedicato il film del regista Tinto Brass, Salon Kitty, del 1976, basato sul romanzo-reportage di Peter Norden), ex Pensione Schmidt, la cui tenutaria, Kitty Schmidt, è indotta, per non dire obbligata dal regime nazista, a porre sé stessa e soprattutto la sua struttura al servizio dei servizi di intelligence atti a contrastare l’infiltrazione di spie provenienti da diversi paesi che il controspionaggio del Terzo Reich individuava di continuo.
L’idea è dunque quella di (1) utilizzare un ambiente che faciliti l’abbassamento delle difese dei soggetti-target, (2) impiegare persone insospettabili nei panni di informali e accattivanti estorcitrici di informazioni, (3) registrare ogni comunicazione e trasmetterla alla sede centrale.
La scelta – l’ingaggio, come viene spesso definito – delle candidate alla prostituzione e allo spionaggio risalta in modo particolarmente interessante per l’accuratezza che vien posta dai preposti, dato che “occorre personale altamente addestrato capace di cogliere segnali e opportunità e in grado di estrarne informazioni significative” (p. 121). Ecco, dunque, una prima fase di selezione che si svolge in periferia, cioè in città minori, e che prevede un amplissimo momento di interrogatorio – oggi potremmo dire una vera e propria indagine investigativa – della durata di un’intera settimana, condotto da un team di medici, psicologi, psichiatri e insegnanti.
L’obiettivo era quello di esplorare nel modo più ampio la personalità della candidata – in specie elementi come autocontrollo, adattabilità, intelligenza – ma anche la padronanza linguistica e, in generale, lo stile della persona, l’eleganza e naturalmente la bellezza.
Una volte individuate le candidate adatte si passava alla fase di formazione che prevedeva numerosi aspetti: una solida formazione alle lingue straniere, corsi di istruzione cultural-politica, tecniche di dialogo e conversazione, nozioni socioeconomiche e altro. Particolare risalto era dato all’insegnamento della tecnica del colloquio, per così dire, cioè all’arte del porre domande, di estrarre dettagli significativi e memorizzarli, e di come trasmettere queste informazioni a chi di competenza. Inoltre, dato l’investimento che veniva effettuato sulla scelta, formazione e gestione di queste risorse, venivano fornite anche nozioni di auto-difesa utili nel caso fossero necessarie a fronte di clienti aggressivi.
Alla scelta accurata delle professioniste del sesso fa riscontro l’edificazione dell’ambiente interno alla maison e la cura dei dettagli, insieme alla procedura, per così dire, che vede in prima fase l’accoglimento del cliente, per poi proseguire con l’ambientamento e, infine, la consumazione del rapporto che, però, diviene molto di più di un semplice scambio prestazionale-remunerazione.
Ancora una volta, al di là dell’interesse specifico per l’ideazione del sistema e la sua articolazione, credo che sia necessario inquadrare il tutto nel contesto che l’autore così descrive: “censire il numero di berlinesi dediti alla prostituzione nel periodo che va dalla fine della Prima guerra mondiale alla presa del potere di Hitler è impresa impossibile. Si stima che convenzionalmente almeno 120mila donne e 25mila uomini offrissero i loro servigi a una città che contava 4 milioni di abitanti” (p. 98). E, sempre in ottica più ampia, risultano molto interessanti le pagine dedicate alla personalità di alcuni gerarchi nazisti e ad alcune persone ebraiche del mondo dell’arte e della cultura (come il regista Fritz Lang), fino ad arrivare ai paragrafi Anatomia dei servizi segreti e Guerra per bande che conducono il lettore alle pagine conclusive.
Leggendo queste pagine non si può fare a meno di ricordare che l’idea dalla quale nacque la metodologia di Assessment Center prende forma proprio nella Germania tra le due guerre.
Un’idea certamente basata su quella che allora era una corrente predominante della psicologia, la Gestaltpsychologie, o Gestalttheorie – da cui si suole far derivare la famosa frase Das Ganze ist mehr als die Summe seiner Teile (il tutto è più della somma delle parti) – che diede vita, per fare alcuni esempi, alle prove di valutazione situazionale, al team interprofessionale di assessor, al multimetodo, all’ampio utilizzo del tempo per valutare i candidati, alla costruzione di ambienti adatti in cui poterli osservare, e così via. E anche relativamente alla formazione – per non dire all’organizzazione, rispetto alla quale la cultura tedesca (nel bene e nel male) ha sempre avuto un’attenzione speciale – l’esperienza certamente atipica se vista nell’ottica HR del Salon Kitty può comunque insegnare qualcosa!
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata nel sito web HR - PANORAMA RISORSE UMANE di ISPER
https://www.isper.org/ISPER-HR-Review/Default.htm?P=2&W=3
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