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La parola che cura. Uso e maluso della psicoanalisi oggi. Con un capitolo di Cosimo Prantera.
Questo libro merita di essere letto per almeno tre motivi.
Il primo è l’autrice, l’anziana psicoanalista Simona Argentieri, la quale in queste pagine illustra numerose idee di primaria rilevanza e le accompagna con flash autobiografici e di esperienza elaborata lungo il corso di diversi decenni. Il secondo motivo sta nel tema trattato, un tema certamente psicologico-clinico che però si pone in modo trasversale essendo presente in così tante funzioni e ruoli di cura, in molteplici professioni e dimensioni ambientali-situazionali, permeando di sé identità personali e professionali le più diverse, ai differenti livelli di competenza e adeguatezza. Infine, come terzo motivo è importante che il testo pubblicato dall’editore La nave di Teseo sia stato realizzato in collaborazione con la Fondazione Meyer e che i diritti d’autore siano devoluti alla Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer ETS di Firenze. Da tale punto di vista si può aggiungere che la collana La cura – di cui questo libro rappresenta la settima uscita – nasce proprio dalla collaborazione tra l’editore e la Fondazione: una collana che ha l’obiettivo di “promuovere i diritti fondamentali della persona malata o in condizioni di fragilità e diffondere una visione globale della medicina, e di altre scienze della cura a essa integrate, che tenga conto anche dei bisogni psico-emozionali e spirituali, considerati parte inscindibile dell’intero percorso di cura e valori fondamentali del vivere sociale solidaristico” (p. 7).
Dunque, entrando nel merito del testo, fin dalla prima pagina – il Prologo – l’autrice sottolinea quell’aspetto (anche) autobiografico che si diceva all’inizio: “il tema induce a fare bilanci e sono in una fase della vita in cui si è portati a tentare di fare una sintesi del proprio operare” (p. 16). Da qui dipartono i sette capitoli (l’ottavo è a firma di Cosimo Prantera) iniziando con l’analizzare i concetti di cura, prendersi cura, terapia, funzione materna e paterna nel curare, le diverse tipologie professionali che operano nel settore della salute mentale con una nota finale sulla psicoanalisi e lo psicoanalista, ribadendo che “lo scopo di questo libro è appunto un tentativo di fare chiarezza su equivoci e malintesi e individuare le possibili aree di buon operare” (p. 35). Al proposito, sul tema della cura vorrei richiamare in via preliminare due libri che ho recensito proprio su queste stesse pagine. Si tratta di Corpo, umano di Vittorio Lingiardi (Einaudi, Torino, 2024)
https://www.psychiatryonline.it/recensioni-librarie/l-corpo-umano-le-sue-luci-e-le-sue-ombre/
e Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud, di Horst Bredekamp (Raffaello Cortina, Milano, 2025)
Tornando al testo, nel secondo capitolo emerge il tema della differenza tra curare e amare, con un richiamo a un passaggio di Lacan sui vecchi analisti che trovano nel transfert dei loro pazienti una sorta di speranza. La soggettività della persona che si presenta come paziente è qui accennata in relazione al caso in cui il medico o l’analista tendano a comportarsi negando l’individualità, trattando l’essere umano come un caso qualsiasi, senza nemmeno offrire il contatto oculare – e qui direi che sarebbe stato necessario un richiamo alla medicina narrativa (vedi l’opera di Rita Charon in Raccontare la malattia. Le nuove frontiere della medicina narrativa e Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti, tradotti da Raffaello Cortina rispettivamente nel 2026 e nel 2019).
Nel terzo capitolo si affronta il tema psicosomatico con un occhio speciale sulla complessa condizione del soggetto ipocondriaco e sulle difficoltà che questo genere di pazienti pone al terapeuta: “se ti allarmi troppo, sei caduto in trappola. Se non ti allarmi affatto, lo lasci solo con le sue paure” (p. 59).
Dal quarto capitolo traggo il discorso sul dolore dei bambini e sulla sottovalutazione della loro sofferenza; esemplificativa è quella classica operazione di asportazione delle tonsille che era così diffusa nei decenni passati e di cui il bambino, diventato l’adulto di oggi, non smette di ricordare, tanto fu il trauma: “il sadismo pedagogico d’altronde ha contrassegnato per secoli l’allevamento dei bambini” (p. 75) come ha ripetutamente ricordato la psicoanalista svizzera (nata a Leopoli) Alice Miller in libri come La persecuzione del bambino, Il dramma del bambino dotato e Il bambino inascoltato (tutti tradotti da Bollati Boringhieri nel decennio 1980-1990). Se, chi cura, può mettere in atto forti difese che non gli consentono di confrontarsi con il dolore del paziente, quest’ultimo spesso teme di essere in balìa del curante, cosa che si vede molto bene nei tanti che diffidano totalmente degli psicofarmaci, ossessionati dal timore della dipendenza o di non essere più quelli di prima.
Nei due capitoli successivi emergono numerosi temi tra cui la prevenzione, le difese psichiche, la trasmissione intergenerazionale e, nello specifico, mi sembra importante la critica alla iper-specializzazione in psicoterapia: “non sono convinta che sia una buona prassi formare terapeuti ‘ad hoc’ per curare pazienti con disturbi alimentari. La ‘specializzazione’ cristallizza diagnosi e cura in stereotipi generici esonerandoli dalla fatica di capire” (p. 97). Seguono considerazioni importanti di genere etico e bioetico che toccano vari aspetti, dal consenso informato alla nota e controversa nozione di capacità di intendere e di volere.
Il settimo capitolo mi sembra essere il più denso e interessante, fors’anche perché è il capitolo che chiude le riflessioni dell’autrice. Provando a seguire i ragionamenti qui esposti si può iniziare segnalando la critica alle nuove patologie e alle nuove terapie (ricordo al proposito un mio vecchio articolo, pubblicato nel 1983 dal titolo “Osservazioni sulle ‘Nuove Scuole’ di psicoterapia in Italia”. Giornale Italiano di Psicologia, X, 2, 381-394), segnalando che nei pazienti sono perlopiù le manifestazioni sintomatiche e le difese a mutare, ma non altro. Le note sulle differenze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica emergono in più punti con l’avvertenza a non colludere con la richiesta di molti pazienti i quali puntano a risolvere il sintomo – possibilmente in tempi rapidi e con costi bassi, aggiungerei – piuttosto che scandagliare le dimensioni che sono dietro le maschere sintomatologiche (qui segnalo anche la nota che precisa la corretta traduzione di una parola contenuta nella famosa frase di Freud sull’oro della psicoanalisi e … non il bronzo, bensì il rame della suggestione). Ma “fare una buona psicoterapia è più difficile che condurre una buona analisi” (p. 127) e la decisione tra l’una e l’altra dovrebbe essere ben pesata e pensata, e non solo legata a fattori concreti – comunque rilevanti, direi, dato che oggi recarsi tre o quattro volte a settimana in analisi è privilegio di pochi. D’altro canto, si sa che un gran numero di analisti operano regolarmente in psicoterapia, oltre naturalmente che in consultazione (altra attività delicatissima e di elevata responsabilità professionale!).
Interessanti le note sulle interruzioni di percorso causate da un certo genere di persone in cura, mentre si legge con qualche perplessità la critica alle psicoterapie di sostegno che – pur con i loro evidenti limiti – credo che siano molto utili per tante persone, compresi, ad esempio, coloro che si trovano nella terza e quarta età della vita. Ma, sicuramente, si deve cercare di “non colludere con le malefiche derive dell’attualità. Non c’è allora alcuna necessità di cambiare i nostri paradigmi per rincorrere il ‘nuovo’, né di competere con le offerte seduttive del mercato” (p. 135).
Altre tematiche affrontate sono la terapia a distanza in cui i messaggi di contenuto e le informazioni tendono a prevalere sulla relazione – e qui viene in mente la riscoperta del corpo nelle terapie della psiche – e l’invasione delle tecnologie da cui, come ha spesso affermato Umberto Galimberti, noi siamo usati, piuttosto che usiamo. Con un passaggio (critico!) sulla presunta crisi della psicoanalisi (ricordo un libro di Erich Fromm del 1970 intitolato, La crisi della psicoanalisi, tradotto in italiano l’anno seguente da Arnoldo Mondadori); mentre sull’oggettivo limitato impatto che un analista può realizzare nel corso della sua vita in termini di numero di pazienti curati mi torna in mente un bel libro, una biografia della Fromm-Friedmann, dal titolo significativo: Hornstein G. A., To Redeem One Person is to Redeem the World. The Life of Frieda Fromm-Reichmann (Other Press, New York, 2005).
Il capitolo settimo, fedele al sottotitolo del libro, si chiude con l’espressione di altre critiche interne, per così dire, all’ambiente psicoanalitico, come nel passaggio in cui si evocano i colleghi che, stravolgendo il significato di concetti-base della psicoanalisi, “tanto più ne restano abbarbicati … come se avessero bisogno di restare sotto questo vecchio mantello che seppure liso, tirato da ogni parte, ancora tiene caldo” (p. 141).
Vi è, però un aspetto che lascia perplessi.
Ci si riferisce a un paragrafo collocato nelle prime pagine del testo in cui si vorrebbe far chiarezza sullo sviluppo delle pratiche Psy in Italia, dai tempi in cui l’autrice ha iniziato a occuparsi di salute mentale: tempi in cui in questo campo erano presenti solo neurologi e psichiatri. Proseguendo nella lettura, se è vero che è sconcertante il numero esorbitante di cosiddette scuole di psicoterapia in Italia – è scritto “oltre 300 scuole” (p. 32) – è pur vero che prima della progressiva e lentissima definizione del campo (e della fondazione dei corsi di laurea in Psicologia) vi era il far west. Al proposito, avendo vissuto in prima persona quell’epoca, mi vien da dire con Macbeth “Così brutto e bel giorno non vidi mai”: la psicologia aveva finalmente un riconoscimento formativo istituzionale, ma il corso di laurea era stato terribilmente svalorizzato. Dimensionato in soli quattro anni di studio, collocato nella Facoltà di Magistero insieme a corsi come pedagogia, sociologia, lontano dall’area medica, e immediatamente sovra-affollato soprattutto da chi proveniva dai quattro anni di studio degli istituti magistrali.
Credo, comunque, che sia necessario fare attenzione a non rappresentare riduttivamente la questione della psico-terapia in Italia perché possono emergere i seguenti rischi: (1) disconoscere il ruolo di Adriano Ossicini e altri (pochi) che si sono battuti per il riconoscimento della figura dello psicologo, molti anni dopo incastonata in Albo e Ordine professionale; (2) trascurare il ruolo di alcuni analisti, primo fra tutti Piero Bellanova, che vollero creare uno spazio per la psicoterapia psicoanalitica, collocata per così dire intorno alla psicoanalisi; (3) prospettare l’idea che gli psicoanalisti siano esclusivamente quelli che fanno parte dell’IPA e delle società locali collegate, mentre è noto che molti valenti psicoanalisti sono collocati al di fuori dei confini dell’IPA; (4) sorvolare sul fatto che il laureato in medicina specializzato in psichiatria o neuropsichiatria infantile è, ipso facto, abilitato all’esercizio della psicoterapia (ciò significa che uno psichiatra può esercitare il mestiere di psicoterapeuta senza aver seguito alcuna scuola di specializzazione in psicoterapia e/o senza aver compiuto alcuna terapia personale / training); (5) denigrare, tra le righe, i non psicoanalisti in generale, parlando di “prestatori di cure di parole” e di persone che “scaldano la loro minestrina al nostro fuoco” (pp. 32 e 33); (6) lasciar intendere uno stretto legame tra medicina e psicoanalisi – “la psicoanalisi nasce dalla medicina” (p. 33) – quando è noto che lo stesso Freud era del tutto contrario a fare della psicoanalisi una branca medica e una specialità psichiatrica.
In sostanza, gli eventi che si sono snodati in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento sono stati assai complessi – vedi anche il mio libro Scegliere lo psicoterapeuta. Una guida per pazienti e terapeuti. (Hogrefe, Firenze, 2022) in cui si ripercorrono alcuni momenti di quei lontani anni.
https://www.youtube.com/watch?v=BRh-g9nP-gs
Riprendendo i contenuti del libro, proseguo ora con alcune considerazioni inerenti il tema della cura, assunto in senso ampio, che appaiono specialmente rilevanti e significative, estrapolandole in estrema sintesi dal testo: (a) l’impossibilità di individuare nessi lineari causa-effetto nelle dinamiche psicologiche; (b) la differenza tra empatia e pietà (direi: pietismo) e l’imperativo di non rassicurare, mentendo al paziente; (c) l’analogia tra la diade genitori-figli e quella terapeuta-paziente; (d) la necessaria alleanza e integrazione tra psicofarmacologia e psicoterapia; (e) la confusione tra le spiegazioni causali e quelle che indicano il significato e le motivazioni; (f) la scoperta dei mediatori che appaiono erroneamente indicare una causa, e la falsa sensazione di comprendere la malattia capendo il meccanismo di funzionamento di un farmaco; (g) l’eccesso di cura a fronte di stati di ansietà, e la critica alla terminologia, entrata ormai in voga, di attacco di panico, “una diagnosi falsamente scientifica” (p. 85); (h) l’iper-diagnosticismo, soprattutto nell’età evolutiva; (i) la complessità troppo spesso ignorata, soggiacente ai disturbi alimentari dei giovani; (l) i disturbi psicologici profondi che possono stare alla base delle disforie di genere; (m) l’opportunità di tenere sempre ben chiaro il significato del sintomo rispetto all’assetto globale della persona e del suo stile di vita.
Infine, è da segnalare il capitolo ottavo, a firma di Cosimo Prantera, un capitolo molto interessante in cui si discute il senso e il valore della Intelligenza Artificiale nell’area medica – per ampliare l’orizzonte su questo tema vedi il sito web dell’autore https://www.ilmondonuovo.club/cosimo-prantera/
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata il giorno 24 Agosto 2026 nel sito web PSYCHIATRY ON LINE – ITALIA: