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THE PSYCHOANALYTIC QUARTERLY

Titolo: 

THE PSYCHOANALYTIC QUARTERLY

Casa editrice: 
2007, Volume LXXVI, n. 1 (pp. 1-316)

In questo articolo ripropongo la mia recensione alla rivista THE PSYCHOANALYTIC QUARTERLY, annata 2007.

Dal 2007 ogni anno recensisco questa importante rivista internazionale sulle pagine di PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE, e quel che segue è il testo leggermente modificato della recensione pubblicata sul numero 2, 2008 della rivista italiana.

 

 

Nel 2007 il QUARTERLY ha festeggiato il suo settantacinquesimo anniversario, essendo stato

fondato nel 1932 sotto la guida di un comitato editoriale composto da quattro analisti medici di

New York: Gregory Zilboorg, Frankwood E. Williams, Bertram D. Lewin e Dorian Feigenbaum.

Il primo fascicolo del 2007 si apre con un omaggio simbolico ai fondatori, riportando sulla prima pagina interna la copia della copertina del Vol. 1, n. 1, dell’aprile 1932: quel numero conteneva un contributo di Freud (TIPI LIBIDICI) e presentava altri cinque articoli a firma di A.A. Brill, Bertram D. Lewin, Géza Róheim, Frankwood E. Williams e Otto Fenichel, più tre recensioni.

 

Il curatore – Henry F. Smith – si è assunto il compito di introdurre l’annata 2007

della rivista con un breve articolo nel quale ne ripercorre la nascita, sottolineandone la missione

ma anche le polemiche che sorsero subito tra le due sponde dell’Atlantico: infatti, Ernest Jones

fu allarmato dalle aspirazioni internazionali del QUARTERLY, viste immediatamente come un concreto pericolo per l’INTERNATIONAL JOURNAL OF PSYCHOANALYSIS.

In un brano di una lettera di Lewin del 20 luglio 1937, che Smith riporta, si può leggere chiaramente come gli americani fossero del tutto insoddisfatti dalla gestione britannica dell’International, considerandolo sostanzialmente come un organo del BRITISH GROUP.

Il primo numero del QUARTERLY sarebbe dovuto apparire nel gennaio del 1932 ma si preferì attendere di poter pubblicare in apertura della nuova rivista un contributo a firma di Freud, cosa che infatti avvenne nel momento in cui Freud inviò TIPI LIBIDICI – un contributo che nel corso del medesimo anno fu pubblicato anche sull’INTERNATIONAL, pur se con una diversa traduzione!

 

Dopo settantacinque anni, il QUARTERLY è la più antica pubblicazione periodica psicoanalitica

negli USA e – come sottolinea Smith con un certo orgoglio – rimane, oggi come allora, autonoma.

 

Ma l’anno 2007 ha visto anche un secondo anniversario, quello della REVUE FRANÇAISE

DE PSYCHANALYSE che ha compiuto i suoi ottant’anni. Le due riviste si sono dunque accordate per pubblicare ciascuna un articolo rappresentativo dell’altra: in tal modo, sul numero di luglio 2007 della REVUE è apparso il saggio di Loewald “Internalization, Separation, Mourning, and the Super-Ego” (introdotto e tradotto per la prima volta in francese da Richard B. Simpson), mentre

sul numero 4 del QUARTERLY è stato pubblicato l’articolo di Michel de M’Uzan “Le méme et

l’identique”, apparso in origine sulla REVUE del 1970 (34, 3: 441-451), tradotto in inglese da

Simpson con l’assistenza di Monique Pannaccio, e introdotto da un saggio dell’analista canadese

Dominique Scarfone – autore, tra l’altro, di uno studio su Laplanche del 1997, tradotto in

italiano nel 2007 (Jean Laplanche. UN’INTRODUZIONE. Milano: FrancoAngeli).

 

L’annata 2006 è stata percorsa dal filo rosso del tema dell’identità, il 2007 è scandito dal tema

del confronto: nel complesso, il senso globale di questa annata 2007 del QUARTERLY è quello di

cogliere l’occasione dei settantacinque anni di vita della rivista al fine di riprendere, discutere e,

appunto, confrontare numerosi concetti psicoanalitici classici, e ciò in due direzioni. La prima è

quella della ripubblicazione degli otto scritti storici, criticamente commentati sulla base di diverse

prospettive (teoriche, cliniche, storiche) da esponenti di rilievo del panorama analitico

attuale.

Tale lavoro è stato proposto al lettore nei quattro numeri tradizionali del 2007, mentre il

SUPPLEMENTO sta a testimoniare la seconda direzione di ricerca, vale a dire la volontà di portare

il confronto ed il dibattito al cuore della clinica psicoanalitica, discutendo le teorie dell’azione

terapeutica: è stato quindi richiesto ad un gruppo molto qualificato di analisti (otto in tutto,

compreso il curatore del fascicolo, Sander M. Abend) di esporre ciascuno il punto di vista della

teoria di cui è esponente e che condivide – un lavoro simile è quello curato da Arnold M. Cooper

nel suo CONTEMPORARY PSYCHOANALYSIS IN AMERICA. LEADING ANALYSTS PRESENT THEIR WORK (Washington, D.C.: American Psychiatric Publishing, 2006.

 

Ad altri otto analisti di fama internazionale è stato affidato il compito di commentare e discutere criticamente quanto esposto. Vale dunque la pena soffermarsi a commentare il SUPPLEMENTO (un insieme di scritti, distribuiti in circa 400 pagine, che da solo può costituire un vero e proprio testo di studio e di riflessione sia per il clinico, sia per chi è interessato soprattutto al confronto delle teorie e alla storiografia psicoanalitica).

 

Il tema si colloca in ciò che oggi è denominato “pluralismo psicoanalitico”, una realtà inquietante

per alcuni (vedi ad esempio Leo Rangell), intrigante e fonte di avanzamenti teorico-clinici per

altri. La domanda che però si pone subito è il valore dell’efficacia terapeutica – e prima ancora,

il “funzionamento clinico”, per così dire – di tante e diverse impostazioni teoriche: in sostanza,

ci si interroga sulle dinamiche della cura, con tutto ciò che tale quesito può sollecitare e che il

lettore può ben immaginare, dalla problematica della diagnosi, fino agli elementi che definiscono

un’analisi terminata-completata, interrotta-incompleta, o giunta lì ove poteva giungere – ad

un punto di approdo. Emerge in modo chiaro che le «teorie dell’azione terapeutica sono connesse

a specifici set di credenze sul come la mente è strutturata» (p. 1435) e sullo sviluppo delle

psicopatologie. Il modo chiaro in cui i diversi autori riescono a illustrare concetti e dinamiche

complesse è esemplare, a mio avviso, della capacità e volontà di alcuni di comunicare, farsi

intendere e sollecitare veramente un confronto nel merito delle questioni: da tale punto di vista

molti degli autori si spingono a proporre delle raccomandazioni operative relative al fare

dell’analista in seduta, definendo ciò che può essere identificato come azione terapeutica. Meno

facilmente comprensibili risultano, invece, alcuni degli otto lavori di commento (collocati

nella seconda sezione del SUPPLEMENTO), ma si deve considerare che gli autori hanno avuto, in

questo caso, il difficile compito di sintetizzare in poche pagine le loro osservazioni teorico-cliniche

sulle otto impostazioni presentate nella prima parte del fascicolo. In ogni caso, mentre

alcuni concetti dell’azione terapeutica – come insight e relazione – emergono come fattori comuni

alle diverse impostazioni, altri – come la “presenza dell’analista” nel setting, la relazione

reale con il paziente e le modalità di interpretazione – si evidenziano come importanti punti di

divergenza fra teorie.

 

Un ulteriore elemento che in tale quadro emerge come affascinante e da

indagare è costituito dalle finalità dell’analisi, lì ove il classico criterio dell’“adattamento alla

realtà esterna” appare ancora giocare un ruolo distintivo tra le diverse scuole di pensiero. In

diversi contributi sono enfatizzati gli apporti di Lacan, dei post-kleininani e degli analisti

dell’America Latina (primi fra tutti i Baranger), e ciò pare testimoniare la capacità dei diversi

esponenti di cogliere elementi di validità anche in approcci non vicini a quelli considerati come

propri. Come evidenzia Smith nella sua sintesi finale, il concetto di azione terapeutica emerge

con almeno tre significati diversi in queste pagine: (1) cosa accade in analisi nell’interazione

paziente-analista (ad esempio, la dinamica introiezione-proiezione); (2) cosa fa, o dovrebbe

fare, l’analista (le cosiddette “raccomandazione tecniche”); (3) cosa fa (produce, suscita)

l’analisi nel paziente.

 

Di seguito alcuni miei commenti a singoli articoli pubblicati nell’annata 2007 del QUARTERLY.

 

ROBERT WAELDER, «THE PRINCIPLE OF MULTIPLE FUNCTION: OBSERVATIONS ON OVER-DETERMINATION (1936) ».

La traduzione italiana di questo articolo, dal titolo “Il principio della funzione multipla.

Osservazioni sulla sovradeterminazione”, è a pp. 107-123 del n. 1/1990 di Psicoterapia e

Scienze Umane, nella rubrica “Classici della ricerca psicoanalitica”.

 

JEROME C. WAKEFIELD, «MAX GRAF’S “REMINISCENCES OF PROFESSOR SIGMUND FREUD” REVISITED: NEW EVIDENCE FROM THE FREUD ARCHIVES».

In questo denso contributo di circa quaranta pagine, Wakefield esplora uno dei resoconti

di maggior rilevanza per la psicoanalisi mettendo insieme la documentazione proveniente dai

Freud Archives, che è ora accessibile, con il noto resoconto che lo stesso Max Graf pubblicò su

THE PSYCHOANALYTIC QUARTERLY nel 1942: la rilevanza storico-clinica del caso del piccolo Hans risiede nell’essere il primo caso di analisi infantile, il prototipo dello studio analitico delle fobie e, insieme, la prima descrizione di una supervisione spuria effettuata da Freud al padre del bambino, Max Graf. Le riflessioni qui proposte si basano sulle tre interviste che effettuò Kurt

Eissler tra il 1952 ed il 1960 a Max, Herbert Graf, e a Frau Graf; la tesi centrale ruota intorno

alla evidenziazione delle volontarie distorsioni ed omissioni prodotte da Max Graf nelle sue

reminiscenze volte a non rivelare l’identità del figlio Herbert come il piccolo Hans. In senso

generale, l’articolo puntualizza una serie di elementi che specificano la relazione tra Freud e

Graf padre, mettendo in luce alcuni aspetti della personalità di quest’ultimo in rapporto al modo

in cui egli decise di presentare pubblicamente i propri ricordi di Sigmund Freud. Partendo dal

momento in cui Max Graf fu presentato a Freud, Wakefield si occupa di ragionare su diverse

fasi della relazione tra i due uomini, come il ruolo di Max nel “circolo del mercoledì” e la visita

di Herbert a Freud che seguì la scoperta di essere lui il piccolo Hans.

 

LAWRENCE N. LEVENSON, «PAUL GRAY’S INNOVATIONS IN PSYCHOANALYTIC TECHNIQUE»

La nuova e recente edizione degli scritti di Paul Gray (THE EGO AND ANALYSIS OF DEFENSE.

New York: Aronson, 2005; la traduzione italiana dell’edizione precedente, del 1994, era stata

pubblicata da Fioriti nel 2005 col titolo L’Io e l’analisi della difesa) offre il pretesto a Levenson

per ragionare sullo stato dell’arte della Psicologia dell’Io recuperando i contributi che Gray ha

prodotto in tale linea di pensiero e sottolineando come alcune delle sue idee hanno in parte anticipato alcuni sviluppi contemporanei della psicoanalisi: in tal senso Levenson cita l’attenzione

di Gray sul processo analitico nel qui ed ora e sul ruolo dell’autorità dell’analista come precursori

dell’attenzione manifestata dalla psicoanalisi relazionale, e l’enfasi sullo sviluppo delle

funzioni di auto-osservazione del paziente in relazione all’attuale interesse nelle capacità di

mentalizzazione. Più in generale, sono discussi i contributi in cui Gray ha mostrato specifica

attenzione a legare insieme teoria e tecnica analitica, esplicitando in modo meticoloso il suo

personale approccio che, tra l’altro, ha da sempre suscitato attenzioni ma anche controversie.

D’altro canto, Paul Gray, pur basandosi sul modello strutturale della psiche ed enfatizzando le

tipiche funzioni libere da conflitti sia nell’analizzando sia nell’analista, si è proposto fin

dall’inizio come un critico ed un innovatore, ad esempio portando avanti una diversa modalità

di ascolto del paziente e di gestione delle relazione.

 

HELENE DEUTSCH, «SOME FORMS OF EMOTIONAL DISTURBANCE AND THEIR RELATIONSHIP TO SCHIZOPHRENIA (1942) »

La traduzione italiana di questo famoso articolo, dal titolo “Alcune forme di disturbo emozionale

e la loro relazione con la schizofrenia”, è a pp. 91-108 del n. 4/1989 di Psicoterapia e Scienze

Umane, nella rubrica “Classici della ricerca psicoanalitica”.

 

JENNIFER STUART, «WORK AND MOTHERHOOD: PRELIMINARY REPORT OF A PSYCHOANALYTIC STUDY»

In questo studio sono riportati i risultati di una ricerca sul campo effettuata tramite questionari

ed interviste con lo scopo di esplorare i vissuti conflittuali che la donna sperimenta tra

il dedicarsi alla maternità e il mantenere l’attività lavorativa remunerata. Sono stati utilizzati

140 questionari sui 436 inviati e sono state effettuate 65 interviste cliniche i cui risultati vengono

discussi dopo aver effettuato una breve rassegna della letteratura psicoanalitica sul tema del

work-family balance, ed aver posizionato l’argomento nel contesto specifico, storico e culturale.

Emerge che la capacità della donna di armonizzare la maternità con il lavoro è basata sulla

qualità dell’identificazione con la propria madre, al di là del fatto che quest’ultima lavorasse,

oppure non, nel momento dell’attesa e della nascita dell’intervistata. Nella presentazione dei

sette casi riportati si pone la questione di se, come e quanto la neo-mamma sente visceralmente

divenire se stessa come sua madre, e di come gestisce l’ambivalenza tra autonomia e attaccamento.

La sensazione di trovarsi in una situazione di comfort esistenziale, o di conflitto interno,

e collegata alla dinamica delle identificazioni parziali multi determinate con la propria madre

con, sullo sfondo, la presenza delle pressioni sociali e culturali circa il ruolo della “madre sufficientemente adeguata”. Si tratta, dunque, di una ricerca di stampo qualitativo che non ha trascurato l’elemento di realtà delle situazioni indagate come è visibile, ad esempio, constatando che le prime donne ad essere state intervistate da Stuart sono state quelle i cui questionari mostravano l’esistenza dell’urgenza di un contatto personale e che con alcune di loro sono state condotte non una, ma più interviste.

 

THEODORE J. JACOBS, «ON THE ADOLESCENT NEUROSIS»

Ciò che Jacobs intende mostrare nel suo lavoro è l’importanza delle esperienze e dei

vissuti adolescenziali lungo l’intero arco della vita e la frequenza con la quale soprattutto il

primo periodo dell’adolescenza cade nella rimozione: ciò comporta che sia l’analista che il paziente

evitino di immergersi in tale fase della propria vita, scotomizzando le esperienze e le

sensazioni che in quel periodo hanno vissuto. L’esperienza clinica dell’autore lo porta a considerare

che le modalità di risoluzione dei conflitti nell’adolescenza sono almeno altrettanto importanti

e durevoli delle modalità con cui è stata vissuta la nevrosi infantile – da qui la dicitura

di “nevrosi adolescenziale”. Criticando la prassi di discutere dell’adolescenza come di un periodo

unitario, Jacobs ne evidenzia le caratteristiche specifiche collocate alle diverse fasi adolescenziali,

concludendo con il sottolineare che è la capacità dell’analista di stare in contatto con

la propria adolescenza a permettere all’analizzando di entrare in contatto con i ricordi, le battaglie,

i traumi e le soddisfazioni che ha vissuto in quegli anni. Sono riportate alcune vignette cliniche,

numerosi esempi tratti dalla letteratura (come quello del personaggio di Tom Sawyer

tratteggiato da Mark Twain) e diversi esempi inerenti l’auto-analisi e l’analisi del controtransfert

estratti dall’esperienza clinica dell’autore.

 

ROBERT FLIESS, «THE METAPSYCHOLOGY OF THE ANALYST (1942) »

La traduzione italiana di questo articolo, dal titolo “La metapsicologia dell’analista”, è a

pp. 97-114 del n. 1/1996 di Psicoterapia e Scienze Umane, nella rubrica “Classici della ricerca

psicoanalitica”.

 

LAWRENCE FRIEDMAN, «THE DELICATE BALANCE OF WORK AND ILLUSION IN PSYCHOANALYSIS»

Relazione, dal titolo “Il delicato equilibrio tra lavoro e illusione nella psicoterapia psicoanalitica”,

letta dall’autore il 17-11-2001 ai “Seminari internazionali di Psicoterapia e Scienze Umane” di Bologna; la traduzione italiana è stata pubblicata a pp. 5-22 del n. 3/2002 di Psicoterapia

e Scienze Umane. L’autore intende qui trattare di alcune forme specifiche dell’illusione,

forme che in genere l’analista al lavoro ignora o non desidera affrontare. Partendo dalla

constatazione che l’analisi può essere vista come un compito nel quale il paziente si deve impegnare

(un genere di lavoro deliberato e consapevole, nel quadro del progetto terapeutico), si

ripercorrono brevemente le modalità in cui Freud stesso presentava al paziente il lavoro da fare,

ad esempio, tramite l’insegnamento della tecnica analitica. Da allora ad oggi molto è mutato

nella tecnica, ma l’autore ritiene che la rappresentazione dell’analisi come di un lavoro in comune

sia tuttora valida e che poggi sulla necessità dell’analista di avere una cornice di maggior

sicurezza. Tale impostazione distrae l’attenzione dell’analista sulle illusioni che il paziente costruisce all’interno della relazione – ad esempio ciò che egli si aspetta in relazione a come è

trattato – e sulle quali l’analista evita di assumere una precisa responsabilità. Queste tacite

promesse sono viste in sostanza come produzioni unicamente del paziente sulle quali l’analista

non gioca alcun ruolo. Sono quindi discussi alcuni pregi e difetti delle due impostazioni di base,

vale a dire di quelle che vedono la terapia come un progetto di lavoro da portare avanti insieme,

rispetto a quelle che evitano qualunque assegnazione di compito al paziente.

 

EDWARD NERSESSIAN & MATTHEW SILVAN, «NEUTRALITY AND CURIOSITY: ELEMENTS OF TECHNIQUE»

Lo scopo di questo contributo è quello di discutere della neutralità vedendola da un

nuovo punto di vista, collegandola alla curiosità dell’analista: se quest’ultimo è capace di mantenere

una situazione di neutralità, potrà allora indirizzare la propria curiosità libera da conflitti

verso la mente-al-lavoro del paziente e verso se stesso. Dopo una rassegna sintetica del concetto

di neutralità e diversi accenni all’importanza della posizione di equidistanza tra Io, Super-Io

e Es propugnata da Anna Freud, gli autori si chiedono come considerare il concetto di neutralità

oggi (vista come attitudine mentale piuttosto che come insieme di prescrizioni comportamentali).

In tale direzione propongono molti spunti di riflessione per supportare la necessità, per

l’analista, di mantenere una neutralità curiosa, sottolineando che tale apertura mentale può essere gestita solo nel contesto della tradizionale matrice psicoanalitica fondata sull’astinenza e

l’anonimato. La mancanza di curiosità, secondo gli autori, può portare ad essere poco neutrali

e, di converso, un deficit nella neutralità può condurre l’analista ad essere troppo poco curioso

di ciò che accade nella relazione con il paziente. Si tratta di un contributo clinico che non prende

in esame gli aspetti metapsicologici della questione.

 

 

FLETCHER, « JOHN SEDUCTION AND THE VICISSITUDES OF TRANSLATION: THE WORK OF JEAN LAPLANCHE»

Le 50 pagine che l’analista britannico John Fletcher dedica alla rivisitazione delle idee

di Laplanche sulla seduzione costituiscono un’opportunità di riflessione su un tema da sempre

scottante e foriero di ulteriori elaborazioni. Laplanche riaprì, per così dire, il tema della seduzione

nell’opera di Freud con il suo VITA E MORTE NELLA PSICOANALISI del 1970 (Bari: Laterza,

1972). Fletcher ripercorre i passaggi freudiani della sostituzione del modello della seduzione

sessuale infantile – o del trauma sessuale infantile – con quello della sessualità infantile, riprendendo l’idea di Laplanche della “seduzione primaria”, o “teoria della seduzione generalizzata”

collegata alla situazione antropologica dell’universo parentale nel quale il neonato si trova a

vivere. L’autore evidenzia i nessi tra il modello della seduzione e l’enigmaticità della comunicazione interpersonale nel contesto della relazione bilaterale e asimmetrica bambino-adulto.

Sono quindi proposte numerose considerazioni in tema di traslazione, processo del lutto e sublimazione.

 

PAUL VERHAEGHE, STIJN VANHEULE & ANN DE RICK, «ACTUAL NEUROSIS AS THE UNDERLYING PSYCHIC STRUCTURE OF PANIC DISORDER, SOMATIZATION, AND SOMATOFORM: DISORDER AN INTEGRATION OF FREUDIAN AND ATTACHMENT PERSPECTIVES»

Questo saggio prende le mosse da una critica alle categorie diagnostiche del DSM-IV,

in specie quelle che si riferiscono ai disturbi di panico, di somatizzazione e somatoformi, con

l’obiettivo di mettere in evidenza le similarità cliniche tra queste tre categorie e la classica categoria

freudiana delle “nevrosi attuali” (in particolare la nevrosi d’angoscia). È rimarcato il modesto

impatto dei cambiamenti culturali su tali forme di sofferenza mentale e psicosomatica,

puntando l’attenzione sull’eziologia di tali disturbi, sia nell’opera di Freud che, soprattutto, in

quella di altri analisti (come Green, Marty, McDougall). Il concetto di angoscia di separazione

è visto dagli autori come fondamentalmente esplicativo nel contesto della teoria dell’attaccamento.

In ultimo, sono proposte alcune considerazioni diagnostiche e terapeutiche volte a gestire

questi pazienti difficili che spesso irritano l’analista e lo coinvolgono in reazioni controtransferali

inadeguate.

 

LUCY LA FARGE, «ON KNOWING ONESELF DIRECTLY AND THROUGH OTHERS»

La riflessione che viene qui proposta ha come oggetto una determinata tipologia di pazienti

i quali sperimentano una debole ed incerta esperienza di loro stessi. Queste persone –

sentendosi poco autentiche, sfumate o irreali – cercano negli occhi degli altri qualcosa che possa

confermarli nel loro esistere, che possa restituirgli una visione di se stessi; allorché sono da

soli, si rivolgono interiormente alle figure affettive importanti della loro vita, ponendosi dal

loro punto di vista al fine di definirsi. Constatando la paura che suscita in queste persone

l’ipotesi di accedere ad una conoscenza diretta di se stessi, La Farge si chiede come poter comprendere il sentimento che vivono questi pazienti e come elaborare una strada che possa portarli

a prendere contatto con il proprio Sé. Per mezzo della presentazione di una dettagliata storia

clinica, l’autore propone alcune idee e indica talune vie da percorrere.

 

NELLIE L. THOMPSON, «A MEASURE OF AGREEMENT: AN EXPLORATION OF THE RELATIONSHIP OF D.W. WINNICOTT AND PHYLLIS GREENACRE»

Il lavoro ha l’obiettivo di esplorare un argomento fino ad oggi trascurato: le reciproche

influenze sviluppatesi nel contesto del rapporto personale e professionale tra Donald Winnicott

(1896-1971) e Phyllis Greenacre (1894-1989), evidenziando la necessità di studi – come appunto

questo di Thompson – che stabiliscano dei collegamenti tra le due sponde dell’Atlantico e

che evidenzino il ruolo giocato dalle relazioni di amicizia e di collaborazione. Entrambi totalmente

dediti alla comprensione dello sviluppo psichico, Winnicott e Greenacre (alla quale è

dedicato un paragrafo che ne ripercorre a tratti le vicende professionali) sono accomunati da

importanti insight clinici. L’ipotesi dell’autore è che Winnicott abbia trovato nel lavoro della

Greenacre una sorta di “ambiente facilitante” per lo sviluppo delle proprie idee ed una cassa di

risonanza che gli ha consentito il confronto teorico sui processi precoci di maturazione e di sviluppo

dell’Io, mentre il tributo della Greenacre a Winnicott è testimoniato da due saggi da lei

scritti in suo onore sul finire degli anni 1960.

 

Andrea Castiello d’Antonio