CONTATTAMI

Per appuntamento

La seduta può essere svolta presso il mio studio oppure online tramite videochiamata.

* campo obbligatorio

CAPTCHA
Questa domanda è un test per verificare che tu sia un visitatore umano e per impedire inserimenti di spam automatici.

RILEGGENDO “UNO PSICOLOGO NEI LAGER” DI VIKTOR E. FRANKL

E pensare che c’è ancora qualcuno che afferma che I CAMPI DI STERMINIO non sono esistiti e che la Shoah è un’invenzione…

Questo (famoso) libro di Viktor Emil Frankl è stato pubblicato nel 1946 ed è una delle molteplici testimonianze di cosa ha significato IL NAZISMO E IL SADISMO DISTRUTTIVO ma, soprattutto, di cosa ha significato per un essere umano venire deportato e costretto a SOPRA-VIVERE nei campi di concentramento meglio definiti come campi di annichilimento, di sterminio, di morte.

In una delle tre prefazioni che introducono il testo di Frankl, Gordon W. Allport scrive: “raccomando questo libro di tutto cuore, perché è un gioiello di narrativa, puntato sul più profondo dei problemi umani” (p. 14).

Dedicato da Frankl “A mia madre”, il primo capitolo ha il titolo “Il Prigioniero n. 119.104” e introduce il lettore alla vita in un campo “secondario”, come lo definisce l’autore, cioè una filiale dei campi di maggiori dimensioni in cui, comunque, le dinamiche di base si ripetono in modo abbastanza simile.

Ecco i Kapò, spesso più feroci delle stesse SS, i prigionieri deboli o malati immediatamente destinati al gas, lo scambio di merci e di oggetti per ingraziarsi gli aguzzini, le urla dei torturati, le flebili speranze che di volta in volta si accendono nell’animo degli internati – ma, come afferma l’autore, probabilmente i migliori non ce l’hanno fatta, proprio perché troppo lontani ad adattarsi, per così dire, alla VITA BESTIALE DEI CAMPI e, quindi, badare alla propria sopravvivenza.

Frankl, inizialmente, avrebbe voluto pubblicare questo scritto con uno pseudonimo, e ciò la dice lunga sulla difficoltà che generalmente hanno vissuto tutti gli scampati alla morte e alla follia del nazismo: convinti che nessuno avrebbe potuto davvero capire, che forse in pochi avrebbero creduto al loro racconto…

Il secondo capitolo tratta delle prime fasi di vita nei campi, iniziando con un flash sul viaggio nei carri ferroviari dove le persone sono ammassate le une sulle altre. Anche se diversi sono attratti dall’idea di “correre nel filo spinato” (cioè, SUICIDARSI venendo a contatto con l’alta tensione), Frankl richiama il Fëdor di Michajlovič Dostoevskij che afferma che l’uomo è l’essere che si abitua a tutto…

I vecchi internati accolgono i nuovi che arrivano e danno anche alcuni consigli: “Non ammalatevi, non dovete avere l’aspetto ammalato! Se volete restare in vita, avete solo un rimedio: date l’impressione di poter lavorare” (p. 49).

Con il capitolo “La vita nel lager si entra nella situazione quotidiana abnorme ma anche nell’analisi degli stati emotivi che la stessa condizione di internati suscita nell’animo delle persone: disgusto, paura, apatia, nostalgia per la vita di prima (che è rievocata nei piccoli dettagli della vita quotidiana), rabbia per le ingiustizie subìte – il dover rispondere a domande del tipo “Cosa facevi?”, risposta: “Ero medico”: “ERO”… come se la vita di allora fosse un altro e diverso Mondo…

Tutto si concentra, se le cose vanno bene, su come conservare la vita, sognando ogni sorta di cibi a causa della terribile denutrizione, e discutendo con fervore su come suddividere durante la giornata le piccole, marce razioni di pane che sono distribuite. Ed ecco che Frankl pone l’accento sul sentimento religioso, prima, e poi sulla ri-scoperta della propria interiorità, ma anche del DIALOGO INTERNO CON SE STESSI E CON LE PERSONE CARE che, forse, sono ancora vive, da qualche parte, lì fuori.

Alla costante svalorizzazione della persona e della vita, Frankl a un certo punto coglie l’occasione di anteporre il proprio “mestiere” e ciò accade nel momento in cui gli viene offerta la possibilità di lavorare come medico, avendo anche scampato per un soffio di rimanere bloccato in un altro campo in cui si sapeva che… “era scoppiato il cannibalismo” (p. 100).

Nelle considerazioni conclusive di Viktor Frankl si leggono le radici di ciò che egli svilupperà poi, della LOGOTERAPIA: “quasi tutti avevano qualcosa che li sorreggeva: un pezzo di futuro. L’uomo ha invero un carattere peculiare: può esistere solo nella visuale del futuro… Chi invece non sa credere più nel futuro, nel suo futuro, in un campo di concentramento è perduto” (p. 125-126).

Dopo aver descritto il suo sforzo nel contribuire alla salute mentale e fisica dei compagni internati con una sorta di PSICO-IGIENE, Frankl conduce il lettore verso la libertà con l’ultimo, breve (!) capitolo dal titolo “Il ritorno alla libertà.

Un capitolo in parte amaro: “quando un uomo torna a casa, dopo aver tanto sofferto, e deve constatare che la gente gli concede solo una scrollata di spalle o luoghi comuni, spesso l’amarezza lo sommerge” (p. 151).

 

Nato a Vienna il 26 marzo 1905 (e scomparso nella stessa città il 2 settembre 1997), Viktor Emil Frankl è stato medico psichiatra presso l’Università di Vienna ove tenne la cattedra di Neurologia e di Psichiatria e successivamente, per oltre venti anni, è stato primario della Wiener Neurologische Klinik.

Precocemente interessato alla filosofia e, inizialmente, alla psicoanalisi – entrò in contatto con Sigmund Freud a cui inviò un suo scritto, “Zur mimischen Bejahung und Verneinung”, che fu pubblicato in INTERNATIONALE ZEITSCHRIFT FÜR PSYCHOANALYSE (Vol. X, p. 437, 1924) – la sua vita ebbe una frattura terribile con la Seconda Guerra Mondiale e l’internamento nei campi di sterminio.

Negli USA ha avuto modo di sviluppare compiutamente il suo pensiero e la sua attività di docenza in prestigiose università (Harvard, Stanford, Dallas e Pittsburgh), divenendo PROFESSORE EMERITO DI LOGOTERAPIA alla U.S. International University di San Diego, in California. Ha ricevuto, tra gli altri, “The Oskar Pfister Award dell’American Psychiatric Association”, ed è stato nominato membro onorario della “Österreichische Akademie der Wissenschaften”.

Conferenziere molto apprezzato, autore di una quarantina di volumi molti dei quali tradotti nelle maggiori lingue, il suo lavoro dal titolo Uno psicologo nei lager, del 1946, è stato inserito tra i dieci libri più importanti in America.

 

Di questo libro ho una vecchia edizione, pubblicata dalle Edizioni Ares nel 1967 con tre prefazioni. Una prefazione all’edizione francese del filosofo Gabriel Marcel, una di Gordon Allport dal titolo “IL SEGRETO DELLA SOPRAVVIVENZA” (scritta per l’edizione americana), e la terza di Giambattista Torellò, teologo e psichiatra, per l’edizione italiana.

 

Andrea Castiello d’Antonio