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SIGMUND FREUD NEL SUO TEMPO E NEL NOSTRO
L’edizione originale in lingua francese del grande lavoro della storica della psicoanalisi Élisabeth Roudinesco è del 2014 (Éditions du Seuil): già l’anno successivo Einaudi ne pubblicava la traduzione italiana (collocata nella Biblioteca) e a distanza di dieci anni Einaudi ripropone oggi, opportunatamente, questo testo nel contesto della Piccola Biblioteca Einaudi – Nuova Serie.
La chiave di lettura sta nella seconda parte del titolo, quella sorta di specifica che segue il nome di Sigmund Freud. Nel suo tempo e nel nostro indica che il lavoro è costruito non solo in chiave strettamente storiografica ma anche attraverso un confronto con l’attualità, con gli Anni Duemila che stiamo vivendo. Dunque, non si tratta di (uno dei tanti) ritorni a Freud, tesi a evidenziare ciò che secondo i diversi autori Freud ha veramente detto (testi che spesso lasciano interdetti, oppure un po’ delusi).
Si tratta di un grande lavoro di ricerca storica, non disgiunto dall’ottica dell’autrice, psicoanalista ella stessa e intelligentemente critica nelle sue considerazioni che, in modo molto appropriato, situano le idee e le scoperte freudiane nel loro contesto – in quella magica Vienna di ieri di cui ha ben scritto Stefan Zweig, il quale “inviava a Freud tutte le sue opere con dedica” (p. 357). Ma il discorso si apre presto sugli antecedenti delle scoperte freudiane e sulla progressiva costituzione del primo gruppo di analisti, discutendo le vicende delle persone e dei gruppi, analizzando i dibattiti svolti nei congressi, prendendo in esame l’enorme mole delle corrispondenze freudiane e arricchendosi di quella documentazione che, negli anni in cui il saggio è stato scritto, veniva progressivamente alla luce.
In questo articolato quadro, Roudinesco evita sia le idealizzazioni e le agiografie, sia le demonizzazioni o le svalutazioni – per non dire delle critiche che giustamente ella muove a coloro che hanno sviluppato il cosiddetto Freud bashing.
Interessante notare l’ampio passaggio che l’autrice dedica a Edoardo Weiss: “all’inizio del secolo, a Trieste, città portuale e barocca allora sotto dominazione austriaca, e via di passaggio tra la Mitteleuropa e la penisola italiana, ebbe le sue radici una delle avventure cliniche più singolari che Freud si sia trovato di fronte” (p. 279).
Da qui si snoda il resoconto delle avventure di Bruno Veneziani (ma non solo) indirizzato da Weiss a Freud per un consulto e poi per una terapia svolta (intermittentemente) tra il 1912 e il 1914 (Roudinesco fa qui riferimento ai lavori pubblicati da Anna Maria Accerboni e da Giorgio Voghera): un soggetto difficile, su cui Freud espresse dubbi circa la possibilità di guarigione; una persona che consultò, oltre a Freud, numerosi altri psichiatri e analisti, e che soggiornò sia a Baden-Baden da Georg Groddeck, sia alla clinica Bellevue, di Binswanger (in un altro passaggio del testo Roudinesco riferirà ampiamente ancora di Edoardo Weiss nel momento in cui egli si recò da Freud portando con sé Giovacchino Forzano e la di lui figlia, Concetta).
È anche da sottolineare l’agilità con la quale l’autrice si muove passando dalle analisi strettamente storiche al resoconto di conflitti scientifici e personali, problematiche familiari, passioni, gelosie, rivalità, amicizie, amori che sbocciano (e che non avrebbero dovuto sbocciare, vedi il caso di Sabina Spierlein su cui è appena stato pubblicato il saggio di David Meghnagi Freud, Jung, Sabina Spielrein e “la faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri, Torino, 2025).
Emerge, dunque, un Freud umano scienziato e ricercatore, ma anche borghese contraddittorio, critico dello scientismo, del positivismo e della razionalità – lui che stava esplorando il mondo dell’irrazionale, interessandosi persino all’occultismo, alla telepatia – teso a mantenere la psicoanalisi apolitica senza vedere quanto di politico essa portava con sé (questa è una delle critiche che Roudinesco rivolge al Freud che tentò di salvare la psicoanalisi dal nazismo – insieme a Jones – non opponendosi al berlinese Göring Institut in cui confluirono alcuni analisti freudiani, adleriani e altri psicoterapeuti).
Un soggetto nevrastenico, che aveva dovuto superare la dipendenza da cocaina – ma non quella da tabacco – e l’angoscia dei treni, e che univa in sé il rigore dello studioso e dello scienziato della natura ad atteggiamento cordiali, amichevoli, spontanei, pur non cedendo all’impegno di decifrare, decodificare e decostruire la realtà.
Un lavoratore instancabile, iniziatore della scienza del sogno con la monumentale Traumdeutung, che per primo ascolta e parla con i pazienti, ricercando il senso del loro vivere.
Esponente della grande cultura romantica mitteleuropea e fondatore di una metodologia che egli stesso, al colmo del paradosso, non applica!
Simbolo vivente del tipico pater familias, proprio lui che pose le basi per la critica radicale al sistema-famiglia, proponendo una cura attraverso le parole e l’ascolto che svelava le due grandi pulsioni dell’essere umano, Eros e Thanatos. Con le parole della stessa Roudinesco, da lei pronunciate rispondendo a un’intervista alcuni anni fa, Freud va considerato “un classico del pensiero occidentale che non appartiene più né agli psicanalisti né agli antifreudiani. Freud appartiene alla cultura mondiale”.
Nel lavoro di Roudinesco non è tralasciato nulla della vita di Herr Professor: dai conflitti interni a quelli con l’ambiente esterno, dai rapporti con il Comitato Segreto alla prematura morte di Karl Abraham e al difficile rapporto con Sándor Ferenczi, dall’atteggiamento verso la Prima guerra mondiale e poi verso l’emergere del nazismo alla fuga a Londra, dall’egemonia della psicoanalisi nordamericana alle relazioni con i maggiori esponenti della scienza e della cultura di allora. Ma emergono, in tutta la loro importanza, pure numerose figure minori (se così si può dire) accanto ai più noti discepoli, allievi, colleghi e dissidenti (v. le pagine dedicate ad Alfred Adler, Wilhelm Stekel e Otto Rank, ad esempio), mentre svettano persone come Lou Andreas-Salomé e Marie Bonaparte (la quale aiutò Freud e diciassette persone, tra amici e familiari, a fuggire da Vienna): tutte persone molto diverse tra loro, ma estremamente importanti per Freud e per la causa psicoanalitica.
Anche i casi problematici, come quelli di Otto Gross, Viktor Tausk e Hermine von Hug-Hellmuth, sono trattati con molta cura, contestualizzandoli nel periodo-situazione di allora.
A mio avviso, talvolta il testo si legge con un po’ di fatica dovuta al gusto dell’autrice nel reperire e citare una quantità di fonti, collegamenti e rimandi, mentre in altre parti si nota una sorta di salto di pagina, per così dire, nel senso che il discorso muta bruscamente, come se fosse stato inserito nel testo una parte scritta a latere.
Anche l’apparato delle note, collocate in fondo a ciascun capitolo, in corpo minore, non facilita la consultazione, mentre la Bibliografia e l’Indice dei nomi sono essenziali – molto interessante e utile è anche il settore finale dedicato a I pazienti di Freud, ove si leggono i nomi di tutti i pazienti, seguiti dai mesi o anni di terapia e, in alcuni casi, dall’indicazione di analisi intermittenti, o limitate a poche sedute.
Da notare la presenza di diversi brani che potranno stupire il lettore, come il passaggio seguente: “per decenni, storici, testimoni e commentatori sono stati convinti che Freud avesse scritto a mano, alla fine della dichiarazione, la seguente frase: ‘Posso raccomandare di cuore la Gestapo a tutti’, un’altra leggenda, più vera della realtà. Voce assurda. Era impossibile, infatti, volgere in derisione in tal modo un documento ufficiale. Fatto sta che Martin affermò che suo padre l’aveva inserita in fondo alla dichiarazione” (p. 430).
In sostanza, chi avesse in mente i tre grandi volumi della biografia di Alfred Ernest Jones (Rhosfelyn, Glamorgan, 1° gennaio 1879 – Londra, 11 febbraio 1958) pubblicati tra il 1953 e il 1957, leggendo le pagine di Roudinesco si troverà a leggere un’altra storia della psicoanalisi – così come noterà grandi differenze con i lavori di Peter Gay e di Peter-André Alt.
A chiusura di questo commento segnalo anche un’altra riedizione appena apparsa nella collana Piccola Biblioteca Einaudi – Nuova serie. Si tratta del testo di Harold F. Searles, L’ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia, con una introduzione a firma di Sergio Dazzi: un testo uscito in inglese nel 1960 ma ancora oggi molto interessante.
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata il 24 Gennaio 2026 nel sito web PSYCHIATRY ON LINE - ITALIA