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Terapie senza dogmi. Il difficile mestiere di Piero Bellanova

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Terapie senza dogmi. Il difficile mestiere di Piero Bellanova

In un piccolo paese della Calabria, Sant’Agata di Esaro, settanta anni fa nasceva Piero Bellanova.

La sera di martedì 19 maggio 1987 ci ha lasciati, dopo aver dedicato quasi metà della sua vita alla lotta contro la sofferenza umana.

Medico, psicoanalista, appassionato cultore d’arte ed egli stesso artista, raro esempio di “medico dell’anima”, una figura particolare di umanista in cui il fare psicoanalisi non si è mai allontanato dall’ essere uomo.

Egli ha tracciato la strada della Società Psicoanalitica Italiana guidandone i passi per alcuni decenni, prima nel tempo del difficile inserimento nella cultura italiana e poi in quelli – forse ancor più insidiosi – del facile boom e dell’interesse di massa. Passando attraverso a questi due momenti storici ha saputo mediare le spinte a volte conflittuali esistenti all’interno della stessa SPI, emergendo come uno psicoanalista – potremmo dire – “dialetticamente ortodosso”, sempre pronto a discutere, con tutti, i cardini stessi della sua disciplina.

Questa propensione a confrontarsi continuamente con gli altri e a prendere emotivamente parte alle situazioni problematiche delle persone che a lui si rivolgevano, ha donato a Piero Bellanova un alone caratteristico di persona saggia e di acuto consigliere, sempre disponibile a un ascolto benevole e comprensivo.

“Un bravo musicista – disse un giorno – è una persona che ha talmente assimilato e interiorizzato la musica da poter suonare perfettamente e creativamente senza la minima attenzione cosciente alla tecnica e alle nozioni apprese”: in questo stesso senso egli ha saputo vivere la psicoanalisi tanto profondamente e autenticamente da non avvertire il bisogno di rifarsi ad alcun dogma che non fosse la sua convinzione personale di clinico e di uomo, realizzata nel rapporto con gli altri.

Assertore dell’unicità e particolarità del mestiere dell’analista, ha centrato la sua opera scientifica sull’importanza dell’identità personale e professionale del clinico, sull’intuito terapeutico e sul rapporto tra medico e paziente così come si sviluppa fin dalla prima seduta. In ciò ha continuato una tradizione di psicoanalisi “europea”, evitando sia la tendenza alla fantasmizzazione della vita psichica che quella dell’adattamento al “mondo degli adulti”. Sempre affascinato dalla profondità di rivelazione della psicologia infantile, di cui ha seguito le vicissitudini sia come studioso che come padre e poi nonno in una famiglia numerosa, ha permeato con la sua sensibilità una professione talvolta tendente al potere e al distacco tipici di chi, quotidianamente, ha a che fare con la sofferenza e l’angoscia umane.

Maestro di vita e non di parole, lascia pochi scritti e una grande impronta nel cuore di coloro – amici, colleghi e pazienti – che lo hanno conosciuto da vicino.

Ricordiamo, in particolare, i suoi studi sul costituirsi e sul funzionamento della coppia analitica nel contesto della relazione di cura e la particolare attenzione dedicata alla cosiddetta psicoterapia psicoanalitica, di cui è stato uno dei principali sistematizzatori italiani, apportando un contributo di equilibrio e chiarezza.

In anni caratterizzati dall’emergere della nuova figura professionale del laureato in psicologia e dall’espandersi di una spesso oscura “vocazione” psicoterapeutica in larghi strati di operatori sanitari e uomini di cultura, Piero Bellanova ha sottolineato con saggezza e con vigore la necessità di conservare alla psicoanalisi un suo spazio ben delimitato, contro ogni volontà di confusione e manipolazione del rapporto terapeutico.

 

Andrea Castiello d’Antonio

Questo mio ricordo di Piero Bellanova è stato pubblicato il 20 maggio 1987 su un quotidiano nazionale con il titolo TERAPIE SENZA DOGMI. IL DIFFICILE MESTIERE DI PIERO BELLANOVA
 

Approfondimenti:

piero bellanovaEcco le prime parole del ricordo scritto da Servadio di Piero Bellanova: 

“È stato uno dei miei primi allievi dopo il mio ritorno in Italia dall'estero: la guerra era finita da poco. Ricordo il nostro primo incontro. Dopo varie vicende, Bellanova si era decisamente orientato verso la psicoanalisi e desiderava qualificarsi psicoanalista. Si stabilì subito fra noi un cordiale rapporto ed io accettai di assumerlo in analisi “con prospettive didattiche”.

Ma ricordo altresì che in una seduta di analisi, alcuni mesi dopo l'inizio, Bellanova mi disse: ‘Io non so se diventerò un analista, anche se lo spero: so però di stare facendo l'esperienza più importante della mia vita’.

Pensai allora che, con tutta probabilità, quel mio allievo sarebbe diventato un bravo analista. E così fu”.